Il futuro parroco diventa sacerdote

Tutto quanto fin’ora ho scritto, l’ho scritto servendomi di un diario di chi registrava ogni cosa e s’era impegnato a fare qualche cosa per la vita religiosa di questo luogo.

Le fonti

Infatti, le persone attrici di questi fatti, le molteplici testimonianze avute da fonti diverse, le affermazioni fattemi più tardi dal vescovo, mi assicurarono, nel modo più assoluto, che ogni cosa era vera, addolcita, se così si può dire, solo da un senso riverenziale o di carità, che fa trovare parole meno dure nel dire la verità.

Il Cronicon

Ora però io divento l’attore principale della questione. Dal cronicon parrocchiale e dalla rilettura dei bollettini parrocchiali, ho vivo e preciso ogni particolare di quanto in questo tempo si è fatto ed è accaduto e posso scriverlo con assoluta esattezza.

31 maggio 1947: Giacomo Piazzoli consacrato sacerdote

Il 31maggio 1947 ero consacrato sacerdote nel duomo di Bergamo, mia parrocchia natale, dal vescovo A. Bernareggi. Dopo più di un mese, essendo in quel tempo il vescovo ammalato, il vicario generale, ch’era allora mons. Pietro Carrara, mi mandò in qualità di coadiutore al parroco di Sforzatica S. Maria, con l’incombenza, nello stesso tempo, d’aver cura spirituale anche della gente di un gruppo di case lontane un paio di chilometri dalla chiesa parrocchiale, in località “Campagne di Sforzatica”. Mi accennò ad una situazione difficile… mi raccomandò d’essere prudente e che lì, col tempo, doveva essere il mio posto. In realtà io ci capii ben poco di tutte queste storie e ancora meno chiare furono le disposizioni in merito…

Quale Sforzatica?

Mi feci indicare dal vicario generale la strada per giungere a Sforzatica e vi andai il giorno seguente, cavalcando una bicicletta che faceva i capricci, prestatami per qualche ora da un’anima pietosa. Il sole picchiava inesorabile sullo stradale polveroso, che mi sembrava non finisse mai. Il mio incontro con la realtà fu tutt’altro che roseo. Infatti prima finii nella parrocchia di Sforzatica S. Andrea, poi, andato a Sforzatica S. Maria, non trovai il parroco. La nipote di questo cominciò a consigliarmi “per il mio bene” che lì comandava suo zio, come a Bergamo comandava il vescovo, e che questo si doveva fare e che quest’altro no… e che la tal persona era da salutare e dalla tal’altra starsene alla larga… e poi “a Brembo assolutamente non dovevo mai andare, se non me lo comandava lo zio parroco “, ecc…ecc..

“Ma che cos’è questo Brembo?”

Se con il vicario generale avevo capito ben poco delle questioni delle due parrocchie e di queste “Campagne di Sforzatica”, lì in piedi, sulla porta, stanco, accaldato ed assetato com’ero, con un discorso tanto autoritario, sparato a modo di mitraglia da una donna, la faccenda mi ingarbugliò ancora di più. Unico sollievo fu quando riuscii a scappare via e a dissetarmi a quella fontanella accanto al sagrato della chiesa, che sempre ho guardato con riconoscente simpatia. “Ma che cos’è questo Brembo? Ma chi ci abita ed è così pericoloso, perché non si possa andare?… Povero me – mi dicevo pigiando sui pedali con tutta forza, nel tentativo di rientrare a casa almeno prima dell’una – se così è autoritaria la nipote, chissà che cosa sarà lo zio?”

1 agosto 1947: prima messa a Brembo

Comunque per la terza domenica di luglio, festa della Madonna del Carmine, venni a Sforzatica S. Maria, preoccupato, com’era naturale, ma fiducioso nell’aiuto del Signore. La prima domenica d’agosto, finalmente il parroco mi comandò d’andare a Brembo per celebrare la messa. Qui preferisco copiare da cronicon parrocchiale:

L’arrivo alla chiesa

Così, per comando del mio parroco, venni a Brembo per la prima volta per celebrarvi la messa. Strada facendo, sentivo suonare di continuo una campana, ma non vedevo altro che siepi alte e piante di robinie. Qui e là qualche casa assai rustica e qualche persona, che, a prima impressione, sembrava ancora più rustica di quelle povere case. Finalmente giunsi sotto il portichetto della chiesetta; seduti sulla panca di pietra erano due signori, che si presentarono: Giulio Pesenti e Alessandro Donadoni; un po’ fuori, sulla strada polverosa, un gruppo di ragazzi si rincorrevano, qualche donna chiacchierava sottovoce e, seduti all’ombra della siepe, un paio di dozzine di giovani.

L’interno

In chiesa, l’altare vecchio era sormontato da una pala rappresentante la Madonna Addolorata, che subito riconobbi opera del Ceresa, alcuni pezzi di candela storti; sul muro alcuni segni, ammaccature agli spigoli e, in alto, qualche campionario annerito di ragnatela. Sei banchi di noce tarlati, certamente centenari, servivano per i signori. In sagrestia, aggrappata alla corda della campana, la signora Pesenti Elena.

L’inizio della Messa

Poco dopo inizia la messa…. Povera messa! In chiesa, o meglio, sul piccolo presbiterio uno spingi spingi generale di ragazzi e bambine che,per la verità, erano i più buoni, essendo subito entrati in chiesa. Gli altri, rimasti sulla strada, si rincorrevano lanciandosi manate di terriccio e sabbia, gridando per gioia, per rabbia o per dolore Alcuni giovani erano finiti seduti sulla panca di pietra e giocavano a carte; altri, con i piedi nel fosso, erano seduti sul ciglio dello stesso, giocando alla mora.

Attenti all’omelia

” Ma dove arrivato? – mi chiedevo di continuo durante la messa – altro che terra di missione! … chissà come andrà a finire!” All’omelia notai però una cosa che in parte mi rassicurò e mi diede un po’ di coraggio. Infatti mentre parlavo, con mia somma sorpresa, più nessuno spingeva, nessuno parlava o era disattento; perfino quelli fuori di chiesa, pur tenendo ancora in mano le carte, non giocavano più . Quest’attenzione inaspettata non pensai che fosse per la mia voce per loro nuova, ma per quello che loro, poveretti, forse per la prima volta, sentivano. E ciò mi diede certezza che era già un buon inizio.

Ad appena 10 km da Bergamo

Finita la messa, dovetti prendere il caffè dai signori Pesenti e lì seppi tante cose sul Brembo e sui suoi abitanti piccoli e grandi, ricchi e poveri. Tornando a Sforzatica, non elemosinai sorrisi a sinistra e a destra, mentre dicevo a me stesso: “E’ mai possibile che succedano cose simili a solo una decina di chilometri da Bergamo? Ci penserò io!” E nella mia inesperienza ero convinto fosse cosa da poco. Viceversa, all’atto pratico, mi vennero fastidi, difficoltà, lavoro e non pochi dispiaceri, però anche tante grandi soddisfazioni.

Le assicurazioni del Vicario Foraneo

La prima domenica di novembre, venne il vicario foraneo; era allora don Natale Trussardi, che dalla parrocchia della Malpensata in Bergamo era andato parroco a Stezzano. Sacerdote zelante, santo e d’intelligenza non comune. Celebrò la messa e disse che era “precisa intenzione del vescovo di preparare un vicariato autonomo, dove il vicario sarebbe dipeso esclusivamente dal vescovo e da lui. Presto si sarebbero stabiliti i confini del nuovo vicariato ed intanto i capifamiglia studiassero il modo di costruire la casa per il sacerdote”. Raccomandò di “non ascoltare più le dicerie dei cosiddetti buoni, ma soltanto credere a quanto diceva don Giacomo, ch’era il sacerdote mandato dal vescovo ed aveva avuto dal vescovo stesso chiare disposizioni”.

Entusiasmo

Tali notizie crearono una vampata d’entusiasmo in questa gente semplice e stanca di non essere tenuta in nessun conto e sembrò per qualche giorno che ogni difficoltà fosse superata e… ogni bocca chiusa. In realtà era appena cominciato un cammino scabroso e difficile, che solo chi non ne fu attore diretto o indiretto non può credere né immaginare.